Editoriale del Segretario Generale SINAFI. Sofferenza ed indifferenza rischiano di diventare facce della stessa medaglia.

Editoriale del Segretario Generale SINAFI. Sofferenza ed indifferenza rischiano di diventare facce della stessa medaglia.

In un reparto del nord Italia un appartenente al Corpo con più di trent’anni di servizio, con una figlia in età adolescenziale con disabilità e con la propria suocera con una condizione di altrettanta disabilità connotata da grave handicap, è stato attinto da contestazioni disciplinari e, nonostante il tentativo fatto dall’interessato di fornire delle spiegazioni

In un reparto del nord Italia un appartenente al Corpo con più di trent’anni di servizio, con una figlia in età adolescenziale con disabilità e con la propria suocera con una condizione di altrettanta disabilità connotata da grave handicap, è stato attinto da contestazioni disciplinari e, nonostante il tentativo fatto dall’interessato di fornire delle spiegazioni a delle tesi che apparivano evidentemente irrazionali ed inopportune, gli è stata inflitta una sanzione disciplinare.

La grave colpa del collega, ad avviso del suo comandante, è stata quella di aver formalizzato una richiesta volta a rimodulare l’orario di lavoro settimanale per poter meglio contribuire a far fronte alle incombenze familiari, ovviamente aggravate ancor di più dall’emergenza sanitaria in atto e di essere stato, conseguentemente poco chiaro, intempestivo e per così dire confusionario nel fornire la documentazione richiesta dal comando per poter valutare l’istanza.

Questo, almeno, è quello che si comprende dall’atto di irrogazione della sanzione comminatagli!

Nonostante la situazione oggettiva del collega, peraltro da tempo nota, la richiesta è stata respinta dal comandante dopo diverse richieste di integrazione, precisazione e, dulcis in fundo, dopo aver disposto nei confronti dell’interessato, ovvero dei suoi parenti, anche specifici accertamenti fatti dagli stessi colleghi di reparto per verificare gli orari di lavoro e di effettiva apertura della piccola attività commerciale svolta in una località vicinioria.

Si può mai arrivare a pensare che un collega con trent’anni di onorato servizio e in una condizione familiare tale possa in malafede attestare cose non vere o nascondere chissà cosa solo per beneficiare di un orario differenziato che in tanti reparti si concede senza alcuna motivazione?

Il collega, verosimilmente, può essere stato anche poco chiaro e non satisfattivo delle richieste del suo comandante, sono valutazioni soggettive che non voglio mettere in discussione, ma mi chiedo se è normale e rispettoso della persona, del lavoratore, della disabilità dei familiari chiamati in causa e dei princìpi solidaristici che dovrebbero contraddistinguere il nostro mondo, che anziché soprassedere ad una non eccellente precisione nell’esposizione della richiesta o addirittura aiutarlo a fornire quanto richiesto mettendolo nelle migliori condizioni di operare, lo si punisca senza peraltro concedergli quanto richiesto?

Sempre in un reparto del nord Italia un comandante ha rifiutato ad una collega con figlio in tenera età e con tanto di disabilità, persino la possibilità di potersi programmare i turni di servizio compatibilmente con quelli del coniuge, anch’esso appartenente alle Forze di Polizia.

Eppure alla collega, che già il destino le ha riservato una vita non certo agevole e non scevra da non pochi pensieri, in un momento connotato da un’emergenza sanitaria imperante e con una condizione familiare del genere, si sarebbe potuto far svolgere lo smart working o addirittura le si poteva tranquillamente concedere la licenza straordinaria (leggasi dispensa).

Purtroppo, nulla di tutto questo è avvenuto e la collega si è sentita inevitabilmente abbandonata, amareggiata e delusa difronte a tanta insensibilità, ma nonostante ciò ha continuato a fare il proprio dovere, apparentemente come se nulla fosse successo, ma inevitabilmente con la morte nel cuore.

L’amore per l’istituzione, per il suo lavoro e la paura di mettere a repentaglio l’incolumità della sua famiglia, purtroppo non le ha permesso di reagire come la questione avrebbe meritato.

Ancora, in un reparto del nord alcuni colleghi con trent’anni di onorato servizio, si sono lamentati perché nel periodo dell’emergenza non avevano mascherine e misure di contenimento adeguate. Era senz’altro un momento difficile anche per chi era chiamato a far fronte ad obblighi datoriali, ma come non comprendere la paura di chi ogni giorno era in prima linea e rischiava di ammalarsi.Il dialogo avrebbe senz’altro potuto risolvere, attenuare o quantomeno far accettare il momentaneo disagio che il personale stava vivendo, ma il clima che si respirava non lo consentiva. Almeno questa era la condizione ambientale percepita non solo dagli interessati!

Così non è stato e casualmente dopo un pò di settimane ai quattro temerari, che avevano osato difendere la propria salute e quella degli altri colleghi, sono state mosse delle contestazioni per aver messo in atto forme di lamentele ritenute molto vicine al complotto. Formalmente potrebbe sembrare tutto a posto, ma le testimonianze “ben documentate” dei quattro, su quello che hanno vissuto e dovuto sopportare, come se fossero dei delinquenti (gli stessi che combattono ogni giorno) dimostrano un clima non certamente sereno e metodi di contestazioni che non sono certo degni di chi, come ognuno di noi, è chiamato a difendere la democrazia nel nostro Paese.

Meno male che abbiamo colleghi con la schiena dritta, che non sono indifferenti agli errori degli altri e sono in grado di reagire, anche mettendo a rischio la propria incolumità, per tutelare essi stessi e gli altri sul luogo di lavoro, perché sembrerebbe che in quella città ci siano stati, prima e dopo, diversi colleghi risultati positivi al Coronavirus.

Nel centro Italia, ad un giovane ufficiale con una bambina affetta da grave disabilità e coniuge con difficoltà di altro genere, costretto ad una presenza quotidiana importante in famiglia, proprio per far fronte alle continue e costanti terapie riabilitative della piccola, è stato fatto intendere che non fosse assolutamente possibile un’assegnazione nella città di Roma, dove la piccola svolge le terapie. C’é da evidenziare che l’ufficiale proprio a causa della disabilità della bambina è costretto, da tempo, a far fronte a migliaia di euro di spese ogni mese, derivanti dai continui viaggi dall’attuale luogo di lavoro, la propria residenza ed il centro medico specializzato.

Lo avvicineranno a circa un’ora di distanza…. almeno così sembra, ma non a Roma perché secondo chi si è interessato della questione non vi erano posti disponibili nel suo ruolo!

Raccontandomi le sue vicissitudine, con grande dignità e senza mai scivolare in richieste più o meno velate di compassione, mi ha fatto venire un profondo magone, poiché dentro di me ho pensato come questo papà nell’espormi i suoi gravi problemi avesse mantenuto sempre alto il proprio onore, una profonda dignità, l’amore per l’istituzione, la voglia di fare bene il proprio lavoro nonostante tutto e tutti, nonché la necessità di non essere considerato una persona che volesse approfittare delle condizioni di salute della sua piccola per avere dei privilegi.

Una persona, che nonostante il grado rivestito, non ha avuto alcuna remore a mettere a nudo le sue difficoltà e quelle della propria famiglia e nel cercare di far capire ad un’Amministrazione apparsa sorda, quali fossero i propri gravi disagi.

Peraltro, a causa di alcune intempestività burocratiche che ne ritarderebbero l’assegnazione, rischia anche di perdere alcune sovvenzioni erogate dal Comune, per far fronte alla disabilità della bambina.

Ma questo sembra non interessare a nessuno!

Una vera e propria richiesta di aiuto che, noi, invece, nel nostro piccolo non potevamo assolutamente far cadere nel vuoto!

Era un dovere morale ascoltare e dare voce a chi si è sentito inascoltato ed un imperativo categorico intervenire per cercare di alleviare questi forti disagi.

Ne potremmo raccontare a decine di questi casi, così come potremmo parlare di quante volte la sera, molti della nostra organizzazione sindacale, facciano persino fatica a prendere sonno a causa della preoccupazione che questa disperazione, che spesso colleghi ci partecipano, possa condurre qualcuno di loro a compiere gesti estremi.

Lo stesso gesto estremo che recentemente ha inaspettatamente compiuto un nostro giovane iscritto, apparentemente forte e brillante ma che dentro di sé, invece, covava un male esistenziale oscuro che lo ha condotto in un viaggio estremo senza ritorno, con la stessa semplicità con la quale si esce di casa la mattina.

Alcuni giorni fa ho avuto l’onere di dover incontrare il papà, anch’esso appartenente al Corpo e di doverlo abbracciare nel vano tentativo di consolarlo e cercare di attenuare il suo immenso dolore, mentre crollava in un pianto disperato parlando del suo amato figlio che inspiegabilmente non c’é più.

Dopo aver parlato con tanti colleghi che ci prospettano drammi familiari senza fine e con poche soluzioni, verso i quali, purtroppo, emergono solo delle mancate risposte e soprattutto tanta indifferenza spesso reale, a volte semplicemente percepita, da parte di alcuni dirigenti insensibili ed indifferenti, non ci rimane altro che, oltre ad essere vicini e solidali con questi colleghi, dare loro la voce necessaria per non far soffocare certi aneliti di speranza, nell’auspicio che non siano gli ultimi sussurrati con poco fiato in gola e che possano portare chi ha ruoli di alta responsabilità e si sente impegnato in una corsa verso freddi risultati, a fermarsi un attimo a riflettere su quanta umanità sia ancora necessaria per rendere migliore e più umana la nostra organizzazione.

D’altro canto, la vita di ognuno di noi è una rete di piccoli e invisibili appuntamenti, che rappresentano occasioni per riflettere, per guardare meglio cose che diversamente sfuggirebbero.

Caro Comandante Generale, Le chiediamo perché la Guardia di Finanza, nonostante gli sforzi del suo management, continua ad avere dirigenti con poca sensibilità a cui si affida la responsabilità di centinaia di uomini e donne?

Dover convivere con una disabilità ti cambia la vita intera e non solo il modo in cui vivi.” (Cit. Bob Dole)

Eliseo Taverna – Segretario Generale SINAFI

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