Il valore di una divisa

Il valore di una divisa

di Giovanna Ezzis (Psicologa – Psicoterapeuta) Consulente SINAFI L’evento di Piacenza che in prima battuta può sembrare unico nel suo genere, pare non sia così perché purtroppo nella storia delle Forze dell’Ordine è stato preceduto da altri episodi che hanno toccato non il singolo militare ma l’intera comunità militare con conseguente chiusura delle stazioni coinvolte.

di Giovanna Ezzis (Psicologa – Psicoterapeuta) Consulente SINAFI

L’evento di Piacenza che in prima battuta può sembrare unico nel suo genere, pare non sia così perché purtroppo nella storia delle Forze dell’Ordine è stato preceduto da altri episodi che hanno toccato non il singolo militare ma l’intera comunità militare con conseguente chiusura delle stazioni coinvolte.

Perché allora la notizia giunge a noi carica di emotività e stupore, accompagnata da un accanimento mediatico? Tutti abbiamo qualcosa da dire e da prospettare come punto di vista che, a chi legge può apparire plausibile, ma non chiarisce come sia possibile che per anni un’intera stazione operasse con disinvoltura alla luce del sole come se paradossalmente il comportamento deviante fosse stato omologato da un tacito processo culturale di norme avallate dagli encomi.

Ecco che nasce in chi scrive il bisogno di ristabilire le giuste distanze dalla verità, analizzando le dinamiche ambientali attraverso il vissuto di chi vive quotidianamente la fatica di portare avanti gli ideali di onestà, lealtà, fiducia, solidarietà, rappresentati dalla divisa che indossano in un contesto sociale non sempre facile.

Per l’occasione chi scrive ha raccolto le confidenze di un giovane amico ufficiale dei Carabinieri che   ha consentito di chiarire in lei alcuni aspetti della realtà dell’Arma a conferma di quanto già aveva appreso nella sua professione, stando   a contatto da 35 anni con i problemi dei militari dell’Arma e dei vari Corpi militari.

Partendo da un’attenta analisi psicologica di questi ultimi anni si osserva un cambiamento culturale avvenuto in seguito al G8 di Genova del luglio 2001, in cui a causa degli accadimenti avvenuti, l’indirizzo politico sugli interventi di polizia passano dal ruolo di “ripristino” al semplice ruolo di “contenimento” dell’ordine pubblico.

Le modalità operative di autonomia nella gestione delle forze di polizia cambiano, le pistole in dotazione possono essere usate dal militare non per difendersi o difendere i cittadini da un pericolo ma soltanto per rispondere al fuoco nemico.

Siamo così in presenza di un mutamento radicale del ruolo degli operatori della pubblica sicurezza, i quali sempre di più vedono svilito il loro compito di difesa dei cittadini e si vivono a loro volta facili bersagli dei delinquenti che sanno di restare impuniti. La vita militare che fino ad allora si svolgeva all’interno della caserma senza orari ben definiti, si sposta all’esterno divenendo sempre più estranea alla vita di gruppo e di solidarietà. Gli orari di permanenza all’interno della caserma sono regolamentati come in qualsiasi ufficio statale, con reperibilità per le emergenze.

La caserma non è più la casa che in sinergia con la famiglia il militare ne condivideva ideali e valori, ma un luogo di lavoro. La sua professione non è più una missione rivolta al benessere dei cittadini, ma l’espressione di un sistema codificato di regole sociali, gestite soprattutto dalla politica.

C’è sempre di più la presa di coscienza che oltre la vita militare esiste al di fuori di essa, una vita parallela che è la famiglia nucleare e quella d’origine, che nel tempo hanno subito trasformazioni e necessitano   di grande attenzione.

Paradossalmente a tutti questi mutamenti resta invariato nel contratto di lavoro dei nostri militari la fedeltà alla Bandiera e la disponibilità del sacrificio della propria vita per lo Stato.

Come abbiamo potuto notare cambiano le priorità e le prospettive, la catena di comando diviene un meccanismo per coloro che sono proiettati nel mondo esclusivo della carriera, dove si elimina tutto ciò che rappresenta un ostacolo per accedere alla cordata giusta che fornirà i gradi.

La capacità empatica alla base di una personalità di comando viene anteposta e sacrificata a favore di meccanismi di evitamento, di negazione, e di fuga dai problemi; tre meccanismi di difesa che se usati impropriamente come in questo caso mostrano una grande fragilità nella catena di comando.

Infatti in questa ottica operativa, i controlli vanno ignorati, si raccolgono solo i dati positivi utili ad evidenziare il buon andamento del servizio ad opera del comandante che si propone facilmente al grado superiore. Le incongruenze all’interno del Team di lavoro vengono celate dagli apparenti risultati ottenuti con modalità non sempre lecite. Il fattore umano viene sacrificato a beneficio delle dinamiche di gruppo mirate al solo   guadagno dei singoli componenti. La certezza dell’impunità e la consapevolezza di godere della giusta protezione, muovono le dinamiche del singolo militare ad operare in tutta tranquillità.

Il gruppo per ottenere vantaggi segue la logica della manipolazione del laeder imposto dalle gerarchie militari, il quale per opportunità d’interesse si fa da parte e cede il comando al laeder  riconosciuto dal gruppo per le caratteristiche negative necessarie per raggiungere gli obiettivi  di convenienza a cui tutti i membri del gruppo aspirano (si suppone): vantaggi di carriera, economici, di divertimento,   facile accaparramento di sostanze psicotrope per uso personale e smercio. Un sistema lavorativo e di vita lontano anni luce dai valori abbracciati il giorno del giuramento.

Questo è quanto potrebbe essere accaduto negli eventi di Piacenza, che per fortuna non sono la regola ma che vanno valutati nella giusta ottica per recuperare quella credibilità ed onestà che va restituita   all’Arma dei Carabinieri e a tutti i suoi militari che da sempre hanno mostrato grande senso di responsabilità e dedizione allo Stato, sacrificando ogni giorno la propria vita a beneficio dei cittadini. Vorrei ricordare i tanti militari dell’Arma feriti e caduti facendo il loro dovere. Non voglio dimenticare neppure il dato suicidario che lo scorso anno e quello in corso registra al primo posto i carabinieri, mostrando una sofferenza da imputare non soltanto alla vita militare ma anche alla sfera familiare, nell’indifferenza di una società disposta a prendere con ingordigia, senza mai dare e dire Grazie.

Voglio concludere con una riflessione rivolta a tutti sulle nozioni delle dinamiche di   gruppo   perché nei gruppi lavorativi le persone non si scelgono, ma si ritrovano per caso con i compagni di viaggio, con alcuni sei più vicino perché condividi gli stessi valori, la stessa educazione, la stessa formazione, gli stessi interessi e interagisci più facilmente, con altri tieni le distanze emotive consentite, limitando la relazione a puri formalismi di opportunità. Più il gruppo è piccolo più agevolmente è possibile una buona interazione di gruppo dove la comunicazione passa più facilmente da un elemento all’altro.

Nei gruppi professionali c’è una gerarchia stabilita dalle opportunità e responsabilità di grado, come nei militari.

Tutti i gruppi hanno  una leadership, una guida, con un leader scelto dal gruppo se è un gruppo spontaneo, se è  imposto  come nelle  gerarchie militari,  il capo è un superiore in grado  che dovrebbe guidare le persone che gli vengono affidate dalle alte gerarchie, per competenza professionale e responsabilità verso le risorse umane che deve saper  gestire  con empatia,  priva dei toni amicali e camerateschi o di comportamenti impositivi  avversivi per imporre un ordine a volte scomodo, che sono in contrasto con il ruolo di comando che deve avere le caratteristiche  empatiche, della comprensione, della  congruenza nella comunicazione e della conoscenza tecnica.

Il segreto perché questi gruppi a volte composti da persone molto diverse e lontane fra di loro, funzionino bene, è che il singolo membro del gruppo non si senta mai solo e distante dal suo leader che deve essere interattivo con i suoi subalterni. Ciò per evitare lo stato emotivo di “solitudine” che accompagna spesso il militare di oggi non solo tra i carabinieri ma in tutte le forze di polizia chi più chi meno, condizione si suppone dovuta al vissuto di operare in una realtà sociale che fa alte richieste di sicurezza, contro la realtà povera di strumenti professionali sufficienti a difendere se stessi e gli altri.

Da quanto osservato pare emerga una falla nella catena di comando è di questo, che dovrebbero occuparsi prioritariamente le gerarchie militari e politiche, perché è a livello apicale che deve cambiare la mentalità, ridimensionando il carrierismo fine a sé stesso dei comandanti, a beneficio di uomini e donne delle risorse umane a loro affidate.

L’indagine sulle condizioni economiche di un militare seppure importanti, non sono sufficienti a spiegare quanto accaduto a Piacenza o in qualsiasi caserma della nazione. Pertanto a parere di chi scrive va rivisto il meccanismo delle selezioni, della carriera, e la gestione delle risorse umane in un’ottica di un’organizzazione basata sulla salute psicofisica, sul benessere e sulla sicurezza del militare, prioritaria rispetto a qualsiasi vantaggio rappresentato “dagli specchietti per le allodole”.

Va rivisto il codice deontologico del militare, dove il bravo comandante non è quello che evita i problemi, ma quello che li sa “fronteggiare” (coping) e “risolvere” (problem solving) mettendo al primo posto i suoi militari così da mostrare una vera attitudine al comando nell’utilizzo delle sue    capacità empatiche e riducendo le condizioni di stress ambientale.

Si ritiene sbagliato fare osservare come qualcuno ha manifestato durante un’intervista, che molti carabinieri arrivano dalle file delle forze armate e per questo motivo sono meno formati a svolgere compiti di polizia. In realtà risulta a chi scrive che l’esercito per arruolare i suoi militari sottopone i civili al test dell’MMPI  (il Minnesota  Multiphasic  Personality  Inventory) è uno dei più diffusi  test in ambito clinico e forense  per valutare le principali caratteristiche della personalità, è usato sia in campo psicologico che psichiatrico. Pertanto una personalità deviante sarebbe emersa dalla somministrazione del test o quanto meno avrebbe dato segnali di maggior attenzione sul soggetto. Inoltre è sbagliato considerare lo “spirito di corpo” nella sua accezione squalificante di forma di protezione ed impunità, perché non è così. Il tacere semmai nasce dalla mancanza dello spirito di corpo, che invece di proteggere il gruppo, evita i problemi a beneficio dei devianti e di  un superiore in carriera.

Quanti di noi si sono soffermati a capire come mai dopo tanti sacrifici per entrare nell’Arma dei carabinieri o in altri Corpi militari, uno si trasforma in delinquente, rinnegando a tutto ciò in cui fino ad un momento prima aveva creduto.  Sono certa che nessuno di loro scegliendo di diventare un carabiniere ha pensato di trasformarsi in ladro, perché ha intravvisto in questa professione l’opportunità di divenire ricco.

Perché allora assistiamo a fenomeni di gruppo trasformarsi   da onesti militari del comparto sicurezza in devianti, dove il reato pare non sia dovuto ad una occasione estemporanea del singolo individuo, ma ad una modalità comportamentale deviata nel tempo da un gruppo di militari? Chi scrive ha cercato di dare risposte ai tanti quesiti rimasti in sospeso che soltanto attraverso un cambio di mentalità sarà possibile riuscire a riportare la fiducia dei militari verso le istituzioni e viceversa, mettendo a disposizione dei servitori dello stato attenzione primaria verso il singolo militare, formazione psicologica adeguata ai gruppi di comando e strumenti idonei alla difesa personale e del cittadino in dotazione delle forze di polizia.

Qui nessuno vuole giustificare nessuno, ma restituire dignità e credibilità a chi indossa una divisa, simbolo di una eredità di valori, oggi difficile da indossare se confondiamo il ruolo di “riordino” e“contenimento” dell’ordine pubblico con il ruolo di “dipendente statale”. Maggior responsabilità e prestigio alla catena di comando con l’ascolto attento e professionale dei vari comandanti, considerati il portavoce della base e non i portatori scomodi, ostacolo per una facile carriera fine a sé stessa, costellata da una strada ricca di encomi inutili.

Alcuni anni fa, in seguito al disagio che chi scrive raccoglieva nel suo studio professionale tra i vari militari, scriveva una lettera ad un fantomatico generale, per dare voce a chi voce non aveva, qui di seguito alcuni versi:

Mon Gènèral                                                                         

La guerra di tutti i giorni non è finita.                                                                           

I militari sono preparati a mantenere

 la promessa giurata con la divisa indossata.

 Schierati in riga pronti a rallentare

a capo  del suo drappello,

non fantasmi  intenti a  meditare

  come meglio avanzare………….

…………….Mon Gènèral,

 il nemico di tutti i giorni non è sconfitto              

è la Solitudine dei suoi uomini

 nel conflitto………”

 certi  di  ammirare un comandante

le folate di vento   da affrontare………….

………Mon Gènèrale,

i suoi uomini  rispondono all’appello

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