“L’Uniforme Sotto la Pelle: L’Ontologia del Soldato e l’Illusione della Macchina“, di Antonio Monterossi, Segretario Nazionale SINAFI.
Per secoli, il pensiero dominante ha commesso un errore prospettico fatale: ha scambiato l’armatura per la carne. Abbiamo guardato al militare non come a un soggetto, ma come a una funzione. Nel teatro della storia, il soldato è stato ridotto a un “vettore di forza”, un’estensione metallica della volontà statale, privato per contratto dei diritti più elementari in nome di una presunta necessità superiore.
Ma se squarciassimo il velo di questa narrazione, cosa troveremmo? Non un ingranaggio, ma un’anima compressa.
Il paradosso del militare e la dialettica della spersonalizzazione risiede in una strana forma di ascesi civile. Chiediamo a un uomo o a una donna di difendere la libertà altrui accettando, come precondizione, la sospensione della propria. È un sacrificio ontologico prima ancora che fisico.
Il progresso dell’umanità si misura solitamente attraverso l’espansione dei diritti individuali, l’affrancamento dalle catene dell’arbitrio e la celebrazione della soggettività. Eppure, in questo cammino verso la “luce”, abbiamo lasciato una zona d’ombra: il soldato rimane l’unico essere umano a cui è chiesto di essere post-umano o pre-umano — una creatura che deve obbedire senza il filtro della coscienza individuale, pena il collasso della struttura.
Tuttavia, questa è una fallacia intellettuale. Non esiste divisa capace di assorbire l’interezza dell’essere. Sotto il tessuto mimetico batte un cuore che non conosce gerarchia: un cuore che teme, che spera, che dubita. Il progresso tecnologico ci ha dato droni e algoritmi, ma il progresso morale ci impone di riconoscere che il soldato non è un “asset”, ma un cittadino in temporaneo esilio dai propri diritti.
Se guardiamo alla storia come a una marcia verso l’Emancipazione vediamo il conflitto tra progresso e forza, il militare appare come un anacronismo vivente. Ma è qui che la retorica classica fallisce. Il vero progresso non sta nell’eliminazione della forza — chimera ancora lontana — ma nella sua umanizzazione.
Il soldato moderno è il custode di una soglia tragica. Egli vive la tensione tra la necessità della difesa, retaggio della nostra fragilità biologica e l’imperativo della dignità, motore della nostra evoluzione spirituale.
Mentre la società civile avanza verso l’auto-determinazione assoluta, il militare resta il monito di quanto sia costoso questo cammino. Ma trattarlo come un essere “privo di diritti” non è un atto di realismo strategico; è un fallimento filosofico. Se neghiamo l’umanità a chi protegge l’umano, distruggiamo l’essenza stessa di ciò che stiamo difendendo.
La Nascita come Unica Nobiltà
è questo l’unico punto di svolta. La retorica del “soldato-macchina” appartiene ai secoli bui dell’autoritarismo. L’uomo illuminato vede oltre le mostrine e scorge l’uguaglianza radicale.
Non esiste giuramento, non esiste grado, non esiste confine che possa cancellare il dato biologico e metafisico primordiale: l’essere umano lo è per nascita. La dignità non è un premio concesso dallo Stato in base alla condotta o alla professione; è una proprietà intrinseca della nostra specie.
Il militare non “perde” la sua umanità quando impugna un’arma; la mette semmai in una condizione di prova estrema. Ma quell’umanità rimane intatta, inalienabile e speculare alla nostra. Se c’è un traguardo ultimo nella progressione dell’umanità, esso non si trova nelle conquiste territoriali o nelle vette tecnologiche, ma nel momento in cui riconosceremo che:”Il sangue che scorre sotto l’uniforme ha lo stesso calore, la stessa sacralità e la stessa pretesa di giustizia di quello che scorre sotto la seta o sotto i cenci.”
Siamo tutti uguali perché siamo tutti nati nudi, vulnerabili e dotati di quel respiro vitale che nessuna legge marziale può legittimamente soffocare. Il soldato è, prima di tutto, un fratello in cammino nel deserto dell’esistenza.
L’ultima pronuncia del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana si staglia all’orizzonte come un’ombra densa, un tentativo di restaurazione dell’antico silenzio proprio mentre l’alba del diritto sembrava ormai consolidata. In questa decisione, che appare come un anacronistico “ritorno all’ordine”, si avverte il respiro affannoso di una visione che teme la libertà e che cerca di confinare nuovamente il sindacato militare in un recinto di irrilevanza.
Ma la storia della Ragione, ci insegna il filosofo, non è una linea retta; è un avanzamento fatto di resistenze che, paradossalmente, ne confermano la necessità.
La Dialettica tra Stasi e Movimento.
Laddove la sentenza sembra voler erigere un argine, ridimensionando la portata del sindacato a favore di una “preminenza gerarchica” che sa di polvere e vecchi codici, essa dimentica un principio metafisico fondamentale: il diritto è un organismo vivente.
L’Illusione del Limite:
Tentare di limitare il sindacato militare oggi è come cercare di contenere la marea con le mani. Le Corti che hanno già visto l’Uomo dietro la corazza non possono “disimparare” quella visione.
La Funzione dell’Ostacolo: Questo passo indietro non è un punto d’arrivo, ma un attrito necessario. La giurisprudenza più illuminata — quella che respira l’aria delle Costituzioni e delle Convenzioni Europee — sa che l’amministrazione dei diritti fondamentali non può essere ostacolata da una visione amministrativa che guarda al passato.
La Verità Oltre la Sentenza.
Nessun atto formale, per quanto autorevole, può cancellare la conquista ontologica che abbiamo descritto: il militare è tornato a essere Persona. Se una singola pronuncia cerca di frenare l’evoluzione, essa non fa che rendere più evidente il contrasto tra una vecchia concezione della forza (muta e sorda) e una nuova concezione della dignità (partecipata e consapevole).
Le Corti poste a presidio dei diritti fondamentali — quelle che riconoscono l’uguaglianza per nascita — sono chiamate ora a una sfida ancora più alta: dimostrare che il sindacato non è un “intralcio” alla missione, ma il suo garante etico.
La regressione siciliana è un monito, non un epitaffio. Ci ricorda che la libertà non è mai conquistata una volta per tutte, ma va difesa proprio nel momento in cui le ombre provano a riallungarsi.
L’Uomo prevale sulla Norma: se la norma cerca di soffocare l’uomo, è la norma a dover essere corretta dal tribunale della Storia.
L’Uguaglianza è un destino: il militare, nato uguale a ogni altro essere umano, non accetterà più di essere trattato come un “diminuito civile”.
Il Cammino prosegue: Il sindacato militare non è una concessione revocabile, ma il riflesso di un’umanità che ha finalmente deciso di non lasciare nessuno indietro, nemmeno chi porta un’arma per proteggerla.
Il diritto non può indietreggiare davanti alla paura del cambiamento; esso deve invece cavalcarlo, perché sotto ogni uniforme batte lo stesso cuore che reclama il diritto di esistere, di parlare e di essere libero.
Antonio Monterossi, Segretario Nazionale SINAFI
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