Con una nota indirizzata al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ed ai Ministri dell’Economia e delle Finanze, della Pubblica Amministrazione, della Difesa, dell’Interno e della Giustizia, il SINAFI ha inteso censurare fortemente quanto riportato in memoria difensiva da parte dei legali dell’INPS nel corso della pubblica udienza tenutasi innanzi alla Corte Costituzionale lo scorso 10 febbraio nell’ambito di un giudizio di legittimità della corresponsione del trattamento di fine servizio.
Il SINAFI ha dichiarato di sentirsi gravemente offeso, unitamente a tutti i Finanzieri, per quanto sta accadendo in merito alla nota problematica del differimento della corresponsione dei trattamenti di fine servizio al personale del pubblico impiego.
Dall’indifferenza si è passati alle offese, alla derisione ed alla lesione della dignità dei pubblici dipendenti per mano dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, che dovrebbe essere l’Ente che sostiene ed accompagna i lavoratori del pubblico impiego dopo oltre quaranta anni di onorato servizio per lo Stato e per la collettività, ancor di più quando si tratta degli appartenenti alle Forze di polizia che ogni giorno assicurano l’ordine e la sicurezza pubblica, oltre che quella economica del Paese.
Non sono fortunatamente sfuggite all’avvocato di parte le pesanti parole usate dalla difesa dell’Ente nella memoria prodotta in giudizio, nella quale i pubblici dipendenti in pensione sono stati considerati sostanzialmente come soggetti bisognosi di tutela.
Difatti, l’Ente ha sostenuto che anche per i pubblici dipendenti varrebbe la “propensione alla spesa da parte di chi riceve una grossa somma di denaro una tantum”, citando a supporto addirittura studi di “economia comportamentale e psicologia finanziaria” che avrebbero evidenziato una “irrazionalità umana nelle scelte di spesa” che renderebbe “propensi a privilegiare gratificazioni immediate rispetto al futuro, spinti dall’euforia a spese eccessive”. Si è giunti addirittura a sostenere che il pubblico dipendente sarebbe portato a “percepire spese minori come nulla, spingendo a spendere di più” e che “le spese finanziarie possono essere influenzate da scorciatoie mentali”, quali quella del “sono ricco ora, posso permettermelo”.
Ebbene, oltre al perdurare della “indifferenza” di allora su quanto sancito dalla Corte Costituzionale, oggi dobbiamo prendere atto della irridente, offensiva ed irrispettosa presa di posizione dell’INPS nei confronti di tutto il personale del pubblico impiego.
Come Organizzazione Sindacale rappresentativa del personale della Guardia di Finanza, rientrante nell’alveo del comparto sicurezza e del pubblico impiego, riteniamo che le “scorciatoie mentali ” attribuite a questi lavoratori siano state invece utilizzate dall’Ente per “resistere” all’orientamento della Corte Costituzionale ed al sia pur debole tentativo, della Politica prima con i progetti di legge e del Governo poi con la legge di bilancio 2026, di trovare una soluzione al “sequestro temporaneo” di quanto dovuto ai pubblici dipendenti al momento del loro collocamento in congedo, in spregio ai principi del diritto, per contrastare i quali i legali dell’Ente hanno tolto la toga forense per indossare persino gli abiti della dottrina di “economia comportamentale e psicologia finanziaria ”.
E’ stato quindi rappresentato che le gravi offese presenti nella memoria difensiva dell’INPS richiedono, oltre alle immediate pubbliche scuse dell’Ente, provvedimenti normativi che non solo conducano a ripristinare il diritto dei lavoratori a percepire per tempo ed in un’unica soluzione quanto spettante, ma restituiscano loro anche la dignità
che meritano quali servitori dello Stato, qualsiasi sia la loro collocazione ed il loro ruolo all’interno della Amministrazioni pubbliche.
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0640045376



