
Quanto accaduto a Torino non è l’ennesimo episodio di tensione.
È un fallimento dello Stato, consumato sulla pelle delle donne e degli uomini in divisa, colpiti, feriti e abbandonati mentre facevano ciò che lo Stato pretende da loro, di stare in prima linea.
Parliamo di aggressioni violente, organizzate, reiterate, condotte con armi improprie e modalità da guerriglia urbana. Chi continua a definirle “scontri” mente sapendo di mentire. A Torino le forze dell’ordine sono state attaccate, non coinvolte in disordini.
La situazione è drammatica e il tempo del dialogo di facciata è finito.
È finito perché da anni denunciamo l’assenza di tutele reali, l’isolamento operativo, la criminalizzazione preventiva di chi indossa una divisa. È finito perché ogni volta i colleghi finiscono in ospedale e la risposta delle istituzioni si esaurisce in qualche frase di solidarietà buona per i comunicati, ma inutile sul terreno.
Gli appartenenti alla Guardia di Finanza non sono carne da macello, non sono un problema di ordine pubblico, non sono un fastidio da gestire politicamente. Sono lo Stato. E lo Stato, ieri sera a Torino, è stato attaccato, di nuovo, e non ha difeso sé stesso.
Denunciamo con forza una gestione dell’ordine pubblico che espone deliberatamente gli operatori al rischio fisico e giudiziario, lasciandoli soli prima, durante e dopo i fatti. Denunciamo l’ipocrisia di chi tollera zone franche di violenza ideologica e poi si sorprende quando queste esplodono. Denunciamo il silenzio complice di chi, per calcolo o vigliaccheria, evita di prendere posizioni nette.
Non accetteremo più questo stato di cose. Ogni nuovo ferito sarà una responsabilità precisa, politica e istituzionale. Ogni esitazione nel colpire i responsabili sarà una scelta, non una fatalità.
Chi aggredisce le forze dell’ordine deve essere identificato, arrestato e condannato. Senza attenuanti morali, senza giustificazioni sociali, senza ambiguità lessicali.
Esprimiamo piena e totale solidarietà ai colleghi feriti. A loro diciamo che non sono soli. Alle istituzioni diciamo che il tempo delle parole è scaduto. Se lo Stato non è in grado di difendere i suoi servitori, abbia almeno l’onestà di non chiedere loro di fare da scudo.
Noi non accetteremo più il silenzio, l’ambiguità e l’ipocrisia.
Da oggi pretendiamo risposte, fatti e assunzione di responsabilità. Subito.
Roma, 1 febbraio 2026
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segreterianazionale@sinafi.org
0640045376



