di Giulia Muzio Consigliere del Direttivo Nazionale e Segretario Regionale Toscana
“Per molto tempo ho pensato che il mio posto di lavoro fosse solo un indirizzo, una scrivania, una serie di compiti da smarcare. Ma oggi, di fronte a questo cambio di incarico, mi rendo conto che quel luogo era diventato, nel senso più profondo del termine, la mia “dimora”…” Solo oggi realizzo che non ho solo occupato una sedia; ho “abitato” un ruolo. Come direbbe Heidegger, l’abitare non è un semplice stare, ma un prendersi cura. In quegli spazi ho costruito una mia geografia emotiva: conoscevo il peso dei silenzi dei colleghi, il ritmo delle scadenze, il linguaggio invisibile che si parla tra i corridoi. Quel luogo era diventato lo specchio in cui la mia identità si rifletteva ogni mattina. Sapevo chi ero perché sapevo cosa facevo e per chi lo facevo. E in questo turbine di emozioni, un elemento rende questo passaggio ancora più complesso: quando è qualcun altro a decidere che il mio tempo in quel “luogo” è finito, la dimensione filosofica diventa muta. Qui entra in gioco l’asimmetria del potere. Mi accorgo che la mia “dimora” era, in realtà, un prestito. Sentirsi spostati come una pedina su una scacchiera genera una profonda frizione esistenziale: è la scoperta che la propria identità lavorativa, così faticosamente costruita, può essere ridefinita dalla volontà di un altro. Questo introduce un senso di vulnerabilità; ci si sente improvvisamente oggetti di una strategia superiore, anziché soggetti della propria storia. È un atto che mette alla prova la fiducia: devo credere che lo sguardo di chi ha deciso per me veda potenzialità che io ancora non scorgo, o devo lottare contro la sensazione di essere stato espropriato del mio valore? Ora, questo nuovo percorso mi fa sentire come un profugo della mia stessa quotidianità; provo un sottile senso di sradicamento. È una sensazione strana: sono ancora un Finanziere, ancora un Servitore dello Stato, eppure tutto è cambiato… è un piccolo lutto professionale, devo dire addio alla versione di me che dominava quel compito, che si muoveva con sicurezza in quelle dinamiche. Quella competenza era la mia corazza; ora mi sento nudo, in quella fase che gli antropologi chiamano “liminalità” — sono sulla soglia, non sono più quello di prima, ma non sono ancora diventato chi dovrei essere. C’è un’ansia sottile che accompagna questo passaggio, una sorta di “sindrome dell’impostore” che bussa alla porta. Senza i miei vecchi punti di riferimento, senza la rete di sguardi familiari che confermavano il mio valore, mi scopro a chiedermi se sarò all’altezza. La libertà del nuovo incarico porta con sé il peso del dover ricominciare a “esistere” agli occhi degli altri. Devo trasformare questo nuovo “spazio” freddo in un “luogo” che mi appartiene. È una sfida ontologica, prima che professionale. Significa accettare il disagio del non sapere, il fastidio di sentirsi fuori posto e il peso di una scelta altrui, per poter, forse un giorno, tornare a dire di nuovo: “Qui sono a casa”. Il lavoro non è mai solo ciò che facciamo; è il terreno su cui poggiamo i piedi per capire chi siamo. E cambiare terreno, specialmente quando la spinta arriva da fuori, richiede il coraggio non solo di cambiare, ma di imparare a fiorire in un giardino che non abbiamo scelto noi, e che forse, non avremmo mai scelto. E mi tornano in mente quelle parole che tanti anni fa rompevano i silenzi del Piazzale d’armi: “giuro di essere fedele…”. Oggi risuonano come un monito ai posteri: mantieni fede al Giuramento fatto, sii Servitore della Patria, ma…pretendi il Rispetto e la Dignità che spetta ad ogni singolo servitore dell’Italia, perché ciò che ci rende diversi dagli altri è quel senso di Appartenenza, quello Spirito di Corpo che nessuno può sentirsi libero di minare…con una “distratta” firma su un foglio.
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